Quando l’arte è un invito a rinascere

Un viaggio alla scoperta dell’arte sacra della Valnerina, nei luoghi che da secoli custodiscono la profonda spiritualità di Cascia.

“Per nascere veramente, dunque, bisogna rinascere.”. Correva l’anno 1991 e con queste parole lo scrittore Aldo Carotenuto suggellava una delle sue più celebri fatiche letterarie. Una riflessione terribilmente attuale, che sembra tradire un messaggio quasi profetico, specie alla luce del disorientamento generale a cui sono state relegate queste ultime settimane. Ed è proprio nella Santa Pasqua che ciascuno di noi è chiamato a rinascere, nella manifestazione trionfante di quell’atavica energia vitale che ha saputo vincere la morte. Una vittoria che, in Valnerina, trova la sua sublimazione espressiva nell’iconografia sacra, la più alta connessione tra  spirito e natura, capace di dare forma al miracolo di una “nuova vita”.  Dal Calvario alla Gloria della Resurrezione, è questo il percorso, non solo spirituale, che ciascuno di noi è chiamato ad intraprendere. Per farlo, avremo come ispirazione 3 opere d’arte ed una cornice che fa del misticismo la sua ricchezza: Cascia, la Città di Santa Rita.

😎 Il CALVARIO

<< Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del cranio, detto in ebraico Golgota, dove lo crocifissero.>>  (Gv 19,17)

Il termine Calvario, utilizzando nella lingua italiana per esprimere dolore e sofferenza, deriva dal latino Calvarium, che traduce l’aramaico Gulgota (letteralmente “Luogo del Cranio”). Secondo un’antica tradizione cristiana, il nome deriva dal teschio di Adamo che era stato stato sepolto in questo luogo. In realtà il toponimo “Luogo del Cranio” indicava un ossario a cielo aperto dove, tra le spoglie dei condannati, s’aggiravano cani ed avvoltoi.  Ancora prima dell’atrocità del supplizio e del dolore fisico che lo avrebbe condotto alla morte per tetano od asfissi, ad attendere Cristo sul Calvario non vi è nessuno dei suoi discepoli. Gesù era solo e solo rimase fino al momento in cui il suo corpo fu schiodato dalla croce, scrive Luca: “Tutti i suoi amici rimanevano a distanza” (Lc 23,49). All’angoscia ed all’amarezza della solitudine si somma la vergogna per la nudità e per gli scherni atroci che curiosi e nemici esultanti rivolgono al morituro dicendo: “Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso.”. La Bibbia, inoltre, narra che l’unico gesto di compassione fu offerto dai soldati che offrirono da bere al condannato attingendo ad un “vaso pieno d’aceto” (Gv 19,29): la “posca” dei legionari, acqua mescolata ad aceto, adatta a placare la sete.  Una piccola curiosità: la medesima bevanda si offriva, in Umbria, ai braccianti curvi sulle messi intenti a mietere il grano.

😎 LA CROCIFISSIONE

Il grande crocifisso ligneo della Chiesa di Sant’Agostino pende dal soffitto maestoso e severo. Il corpo non è preda degli spasimi, non è abbandonato all’abbraccio della morte ma composto in un atteggiamento dignitoso, alquanto rigido. Il nobile volto, appena reclinato, le palpebre abbassate sugli occhi e la larga ferita al costato mostrano che il sacrificio è incompiuto. Il titulus col motivo della condanna è scritto in latino, ebraico e greco. Un tempo, dinanzi a questo Crocefisso che stava nell’annessa Chiesa di San Pietro, giuravano i priori della Repubblica di Cascia prima di assumere la carica. In Valnerina, molte rappresentazioni raffiguranti la crocifissione (alcune delle quali severamente danneggiate dal sisma che ha colpito il Centro Italia nel 2016) recavano un dettaglio pittorico abbastanza insolito: il Cristo, agonizzante sotto il giogo della croce, era accompagnato dall’inconsueta presenza di un pellicano. Secondo la tradizione medioevale, che affonda le sue origini nel Physiologus (una sorta di bestiario redatto intorno al II d.C. secolo da autore ignoto) il pennuto era solito nutrire i piccoli col proprio sangue, motivo per cui divenne simbolo del Cristo e del suo amore per l’umanità.  A tale proposito, un’antica leggenda del mondo, verosimilmente legata al Phisiologus,  racconta  i piccoli di pellicano fossero soliti attaccare i loro genitori ferendoli a colpi di becco, sicché questi, indignati, li uccidevano. Tre giorni dopo la loro morte, il padre li irrorava col proprio sangue e costoro tornavano alla vita.

😯 LA GLORIA DELLA RESURREZIONE

“E di nuovo verrò nella gloria, per giudicare i vivi e morti ed il suo regno non avrà fine”

L’aver vinto la morte eleva il Salvatore alla gloria eterna ed al magistero di Giudice dei vivi e dei morti. Nella Basilica di Santa Rita, il Cristo, nella sua veste di Judex, è assiso in trono, vestito di tunica gialla. Il volto austero e terribile nella sua impassibile serenità, è circondato dal fulgore di un’aureola solcata da guizzanti lingue di fiamme, che richiama il mistero divino che Eraclito aveva espresso mediante il simbolo del “Fuoco sempre vivente”. Ai piedi del Cristo, al suolo, il capo reclinato sul suo ginocchio sinistro, le mani congiunte in preghiera, Rita da Cascia in vesti monacali. Sulla fronte sanguina ancora lo stigma della Spina con cui il Salvatore la fece partecipe dello strazio della sua agonia, della solitudine della sua morte e della gloria della Resurrezione. Il volto dell’Avvocata degli Impossibili è solcato dagli anni e macerato da quella “paxion tantu feroce” che, prima, fu la sua esistenza di sposa e di madre, poi la sua intensa esperienza consacrata. Se le raffigurazioni delle pene cui sono soggetti i dannati, specie nell’arte medioevale, offrono temi di riflessione universale, le immagini dedicate alla gloria celeste che attende i giusti aprono il cuore alla speranza.

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